Hanno scritto

La voce di Marco Cambri arriva, netta e scabra come la pietra, la pria neigra, dalle viscere di quella Liguria contadina di cui si è dimenticata l'esistenza. La Liguria della fatica, del lavoro dei campi regolati dalle fasi della lunn-a, delle fasce, delle falci e dei falcetti affilati a curpi de pria, dell'emigrazione, della nostalgia di un mare/male (nel dialetto, significativamente, omofoni e omografi: ma) di cui si avvertono solo gli echi lontani in una ninnananna (Ninnamì), del vino rosso che brilla nel bicchiere all'ostaia, delle feste di paise, dei personaggi come l'Angiolinn-a e il Sarvaego, dell'amore nato in balera a tempo di tango (Rissi, dove chitara fa rima con mascara). Quadretti e ritratti di evidenza narrativa e visiva che non hanno nulla di elegiaco o di idillico. Il dialetto (genovese con qualche venatura lessicale - despetaddo 'dispettoso'- e fonetica della Fontanabuona, dove Marco vive) è un dialetto reale e carnale, non quello sognato e ricostruito in direzione mediterranea da Fabrizio De André. La canzone "neodialettale", si sa, nasce col geniale esperimento, giusto vent'anni fa, di Creuza de ma e con la ricerca da parte di Fabrizio (e di Mauro Pagani) di sonorità nuove. Dopo di lui, la strada è stata percorsa in tutta Italia sia in chiave lirica ed esistenziale da nuovi cantautori sia in chiave contestativa e identitaria da gruppi, band, posse, anche su ritmi reggae e hip hop, con un audace passaggio dal locale alla world music. L'itinerario di Cambri è autonomo rispetto a questi due filoni, non c'è né contrapposizione alla cultura in lingua né sterile nostalgia o sogno di un passato lontano nel tempo e nello spazio. Cambri, con il suo viso di apache che sembra scolpito anch'esso nell'ardesia, assomiglia solo a se stesso. Il suo dialetto non risponde a una moda, non è né naif né intellettualistico: è, semplicemente, necessario. È la voce degli ultimi, dei dimenticati, di chi non appare, che sgorga potente e inedita (perché inaudita) dalle sue note. E anche la tradizione popolare musicale (giga, valzer, mazurca, ritmi di banda, girotondi di figgieu) sembra qui reinventata e riproposta per la prima volta dal suo affiatatissimo gruppo (Fabrizio Padoan, Mauro Panzeri, Alfredo Vandresi, Fiorella Zito) con freschezza e perentorietà. Un progetto covato per anni, pensato e lavorato come la pietra, che matura ora in un esordio sorprendente.

Lorenzo Coveri


Chi decide di scrivere canzoni in dialetto genovese deve coraggiosamente evitare due scogli diversissimi ma eguamente perigliosi: il folclore di maniera e un po' turistico, e l'imitazione del capolavoro assoluto "Creuza de ma". Marco Cambri riesce decisamente nell'impresa con "A curpi de prïa" , opera prima originale e sorprendente in cui si sedimenta il lavoro di anni.
L'album, infatti, si allontana dalla ricerca neodialettale di De Andre e dalle sonorità mediterranee create da Mauro Pagani, per raccontare l'altra metà dell'anima ligure, quella dell'entroterra, dei paesi silenziosi e sperduti, dei campi strappati ai fianchi delle colline.
Un racconto costruito sulla realtà, ma una realtà così selvatica e antica da divenire quasi fiaba. Un racconto costruito "a colpi di pietra -appunto -per affilare la/alce", come il dialetto concreto e sanguigno, e come le musiche che riprendono la tradizione popolare italiana (valzer, mazurca, tango, ritmi da banda e filastrocche da girotondi), per poi sospendersi al di fuori del tempo. In un paese (Paise) dove "E vitte imprexionae / da-o marmo di la- velli / da-o muccio in ti cavelli" sono vite imprigionate nell'ardesia, che solo il maestro sa spaccare (Pria negra), in un paese dove la Lunn-a rende i contorni incerti, e dove scorrono antichi1a vita, l'amore e la morte, tra ninne nanne di bambini, e ricci selvaggi su cui si impigliano le dita e il cuore.


Una serata "magica”

Accompagnato da un gruppo di musicisti di primordine, Marco ti immerge via via in mondi sospesi tra realtà e sogno, rievocatvi di luoghi e memorie "antiche", ma che senti ancora profondamente radicate.
In quello spettacolo, l'attenzione é incentrata su terra e mare, sui tempi della vita contadina, sul rapporto con il mare, la terra, il lavoro con la terra e la pietra.
Marco ha una grande capacità di delineare, in pochi tratti, gli elementi salienti di un personaggio, di un luogo, di un lavoro. I suoi testi sono innanzitutto poesie, perfettamente autonome e suggestive in sé, hanno già dentro la loro musica. Scrive in un dialetto stretto, non facile, dove sono rievocati termini non di uso comune.
Ho detto che fu una serata "magica": lo voglio intendere nel senso più proprio, quello della magia. La sua musica non é solo strumentale , ma é punteggiata da sapienti interventi di rumori, sibili, schiocchi. raschi, fruscii (i movimenti armoniosi della percussionista Fiorella Zito nel passare da uno strumento all'altro per la creazione dell'effetto sonoro sono uno spettacolo nello spettacolo). Ed ecco che improvvisamente entri in un bosco, di notte, e intravvedi la luce della luna, o cammini nel silenzio di un bosco " incantou da-a galaverna" (incantato dalla galaverna), oppure ti sembra di seguire i passi dell'Angiolinn-a che cammina all'alba, "che no gh'ea ancon o sô a sciugaghe a rozâ sotta i pê " (quando non c'era ancora il sole ad asciugargli la rugiada sotto ai piedi).
Ritratti di luoghi, persone, ambienti, da cui però Marco Cambri distilla il tratto "poetico", distintivo, quell'elemento che permette a chiunque, che li abbia o non abbia vissuti o conosciuti, di riconoscerne l'universalità e quindi la prossimità, la parentela.

Renato Fancello


Il mondo cantatoci da Cambri (e per ‘mondo’ intendo una precisa realtà storico–geografica tanto ben poeticamente definita e descritta nella sua unicità da poter, e questo è il paradosso miracoloso dell’arte, permettersi a pieno diritto l’ambizione ad esprimere valori universali) è quello dell’entroterra genovese, in particolare della Val Fontanabuona, colto non in un passato lontano, dai colori sbiaditi, per forza di cose reinterpretato alla luce della fantasia, ma offertoci invece in tutta la struggente forza caratteristica di un periodo recente che in parte si è dileguato, lasciando tuttavia qua e là degli strascichi ben visibili, delle riserve di memoria ancora incredibilmente vivida e bruciante. E il dialetto con cui viene cantato vi si adatta alla perfezione: come scrive Lorenzo Coveri nella bella introduzione alla raccolta, ‘è un dialetto reale e carnale, non quello sognato e ricostruito in direzione mediterranea da Fabrizio De André’ (o ancora ‘ non risponde a una moda, non è né naif né intellettualistico: è, semplicemente, necessario’).
Il mondo di A curpi de prïa affonda le sue radici negli anni del dopoguerra, direi fino ai tardi anni ’60, e tralascia di raccontarsi, o vi accenna appena, nelle sue trasformazioni, da principio lente ma che oggi procedono a una velocità impensabile, sotto i colpi della motorizzazione, dell’inurbamento, della tecnologia, dei mass–media, della globalizzazione. È un mondo oggi perduto (lo dichiara lo stesso Cambri appena inizia la prima canzone del disco: ‘Mia zia è una donna che ormai non ce n’è più’) di cui rimangono sparse vestigia e la cui memoria è ben viva in chiunque oggi abbia almeno più di quarant’anni. Io, che ne ho una trentina, penso di appartenere a quella generazione, l’ultima, che, potendo ancora ascoltare dai propri vecchi i racconti e le descrizioni di quella realtà, e in più avendo fatto appena in tempo a carpirne qualche ombra direttamente, riesce a decifrarne i segni e i simboli nel quotidiano e ne sente un’acuta nostalgia, come un’oscura spina nel sangue.
C’è come un rimpianto, forse poco condivisibile da chi non possiede queste radici, per un tempo in cui regnavano sì povertà (rispetto ai canoni di oggi) e lavoro, ma anche forza d’animo e di corpo, armonia con la natura e con i freschi e incontaminati boschi di castagno che s’affacciano sul mare.
Nelle canzoni di Cambri si respira l’aria sana dei nostri monti (l’aria ‘fina’ splendidamente cantata da Giorgio Caproni in numerose raccolte poetiche che hanno come scenario la Val Trebbia genovese), si rivivono le tradizioni dei nostri vecchi, si sentono i profumi e i sapori della nostra cucina, si entra in un rapporto più stretto e diretto con gli animali selvatici (la volpe che si nasconde nei monti) o domestici, anche quelli che oggi sono pressoché spariti, soppiantati dai motori (pensiamo al mulo ‘che non vuole andare’). Nel ritmo, spesso così marcato e impietoso, della batteria si possono avvertire i colpi incalzanti inferti alla falce con la pietra ‘cùe’, per affilarla, oppure quelli somministrati alla terra con la zappa dal ‘manico forte, manico duro’. I personaggi delle canzoni sono colti nel loro tipico modo di vestire (lo zio con una canottiera rappezzata di lana e un berretto che non si leva mai, la zia con il grembiule, nelle cui tasche c’è sempre qualcosa, e con un fazzoletto annodato sulla nuca) e nei loro atteggiamenti più caratteristici e quotidiani (la zia che raccoglie le olive con il sedere per aria, lo zio che si siede solo quando mangia e che parla solo lo stretto indispensabile). Anche gli animali o altri personaggi secondari ci sono presentati con la lampante e precisa descrizione di un gesto. Per rimanere alla prima canzone pensiamo al già citato mulo recalcitrante, al cane che si lecca i baffi annusando il profumo del sugo che cuoce sulla stufa a legna, allo straccivendolo che urla giù a valle, al pianto della neonata nella culla. Sono canzoni fatte di immagini, ed ogni immagine ci regala immediatamente una sensazione, un’emozione. Il fumo che esce dai camini e il rosso acceso delle gote delle donne in Paise, per non parlare degli ‘stranieri di colore’ che vendono mutande sulla fiera, sono tutti lampi significativi che preludono alla grottesca processione religiosa scandita prima dal tempo della banda e poi da quello della giga, in un vortice di allegria sempre crescente. E questa gioia giocosa, questa voglia di divertirsi, è un tratto comune a quasi tutte le canzoni della raccolta, che meglio si esprime proprio dov’è in contrasto con un paesaggio aspro e freddo. Pensiamo al rigido inverno che spinge ad entrare in un’osteria per ‘scaldarsi il cuore’, scambiando parole con gli avventori, ascoltando i dialoghi dei giocatori di carte, bevendo un bel bicchiere di vino dolce. Entrare in questo locale sperduto dell’entroterra, in cui la gente è diffidente e ‘guarda come sei vestito’, incunearsi in questa realtà apparentemente così ostica e chiusa, per Cambri significa divertirsi liberamente ‘come quando le onde s’infrangono sugli scogli’, avere la possibilità del ballo e del canto, sentirsi come a casa propria. Oppure pensiamo all’interno della casa di Figgieu durante il pranzo della domenica: un luogo di festa, gioia, profumi, sapori, tepore (la stufa che ‘tira’ e che ‘ha fame’ di legna), rivissuto anch’esso, come succede in molte altre canzoni, nell’ottica giocosa del bambino, della filastrocca, del gioco di parole, del proverbio.
Anche in Rissi la gioia, accompagnata in questo caso dal desiderio erotico, la fa da padrona. L’appetito sensuale, assaporato durante l’esecuzione in pista di mazurche e tanghi, si rende responsabile di una piccola magia, di un’atmosfera sospesa e incantata sottolineata dall’assolo di pianoforte: i due amanti si isolano totalmente dal contesto, vengono lasciati soli sulla pista da ballo, entrano in una simbiosi così forte da ritornare adolescenti, spensierati, inebriati. E non mancano alcune gustose annotazioni di questa attrazione, né la felice descrizione dei ragazzi e delle ragazze eccitati per il ballo.
Ma Cambri non è tutto qui: è complesso, politonale, improvvisamente capace di profondità misteriose. E a volte il paesaggio non serve più, nella sua asprezza, ad esaltare l’allegria, ma prende il sopravvento e carica le esistenze di coloro che vi sono immersi di fardelli pesanti e faticosi da trasportare. Ecco la stupenda Prïa neigra. Una canzone struggente in cui il confine tra entroterra e mare sembra apparentemente assottigliarsi per rivelarsi poi invece ben saldo e solido, invalicabile, custode di due realtà così vicine eppure così diverse. Tutti gli elementi, che in altre canzoni avrebbero potuto essere pienamente positivi, qui, pur non perdendo ma anzi talora accrescendo la loro poetica bellezza, si velano di un manto di malinconia e solitudine che viene a scontrarsi con l’idea di una realtà marina, solare, aperta. La magia dei nostri boschi ghiacciati, del colore delle foglie dei nostri alberi, del fuoco che ispira favole e racconti nel tepore delle case, dell’ardesia sapientemente lavorata dall’artigiano, del fischio della ruota che scorre sulla teleferica per la legna, delle ragazze che all’alba si sciolgono i capelli sull’autobus, qui non riesce a nascondere un’esistenza di solitudine ( ben simboleggiata dal ‘matto’ che ogni paese possiede), di isolamento, di diffidenza, di duro lavoro, di fatica, di stanchezza, di miseria anche. Il personaggio femminile di questa canzone desidera andare verso il mare, il caldo, gli spazi aperti; desidera riempirsi la vita d’amore, essere baciata, ‘inghiottire’ il sole. La fatica che si fa ad amare e la chiusura del sentimento sono qui imputati proprio a quel paesaggio che altrove è fonte di gioia e di allegria.
Ma se Prïa neigra costituisce il polo più chiuso e ‘negativo’ della raccolta, in canzoni quali Sarvaego o Angiolinn-a questo mondo contadino duro e spietato, pur conservando la stessa drammaticità di fondo, si fa portatore di valori altissimi e universali quali la tenacia, la forza, il coraggio e la dedizione, assumendo a tratti dei contorni che possono essere definiti propriamente ‘mitici’. Provo a spiegarmi meglio. Prendiamo Sarvaego, canzone in cui le percussioni incalzanti esaltano la forza del contadino, alimentata dalle sue passate generazioni che hanno conosciuto come lui la fatica e il sudore. Ebbene, prima di partire, queste percussioni sono precedute da un’ouverture priva di batteria in cui il contadino ci viene presentato nel suo ambiente con pochi tratti forti che lo caratterizzano con un’evidenza plastica sbalorditiva (il berretto messo di traverso, la forza delle braccia, la canottiera zuppa di sudore). Quando inizia il ritmo, con l’attacco delle percussioni, questa strofa viene esattamente ripetuta acquisendo un dinamismo straordinario, che veramente ci rende appieno il lavoro del personaggio cantato. Quasi al termine di Sarvaego ritroviamo poi una pausa simile a quella dell’incipit, che completa la descrizione iniziale rinforzando quell’aura ‘mitica’ di cui prima parlavo: il contadino che quando viene buio, impedito ormai al lavoro, rientra verso casa facendo ciondolare sul sedere “il corno e la pietra” (la pietra per affilare la falce conservata nel corno di bue pieno d’acqua), viene adesso accompagnato dalla minuta figura femminile che nel paese “fa il verso e tocca il culo alla gallina” per vedere se ha l’uovo. Queste due figure, grazie all’accortezza di un tale contesto musicale, pur effettuando azioni comuni e per nulla straordinarie, si stagliano nella fantasia di chi ascolta come un uomo e una donna dai contorni favolosi e simbolici, appartenenti ad un mondo apparentemente lontano sia nel tempo che nello spazio, ‘mitico’ appunto; un mondo in cui anche un semplice e rozzo gesto, quello di sputare ad esempio sul manico dell’attrezzo, diventa pregno di un intero universo di valori e tradizioni che hanno come comun denominatore la fatica. Pensiamo ancora alle ‘corbe’ di letame che il contadino deve trasportare sulle spalle su e giù per i ripidi pendii dell’entroterra genovese, senza l’ausilio di nessun tipo di mezzi agricoli (che del resto sono sempre mancati nelle nostre zone, vuoi per la miseria vuoi per la conformazione del territorio). Le azioni e i movimenti, dettati dal lavoro e dalla fatica, assumono in questa canzone una forza e un dinamismo davvero perfetti. Non è solo la musica del resto ad accompagnare splendidamente questa sequela di immagini, ma è lo stesso dialetto genovese che si plasma e si trasforma per meglio rendere l’idea dei gesti forti e decisi del personaggio. Basti come esempio quell’anafora onomatopeica che così bene rende il lavoro dell’aratura: e t’accianti t’accianti i denti[…].
Anche Angiolinn-a, sebbene in maniera diversa, ci restituisce una visione ‘mitica’ del paesaggio e delle figure che vi sono immerse. Qui, oltre al tema di un’esistenza fatta di lavoro e fatica, si aggiunge quello tragico della morte. E tutta la canzone si sviluppa in un’atmosfera incantata che ha molto dell’idillio, già a partire dagli iniziali cinguettii (paralleli allo sciacquio del mare che apre Ninnamì). Quel pianoforte così mobile e dolce accompagna l’uscita antelucana di Angiolinn-a nella campagna ancora umida di rugiada, la segue mentre si arrampica vicino ai ciliegi e al ‘trogolo’ con la rana, per trovare le erbette con cui fare il ‘ripieno’ da cucinare al proprio uomo che è ‘come un bambino piccolo’. Angiolinn-a si muove con i passi lenti di chi pensa con calma e serenità, immersa nel proprio presente e nel proprio paesaggio con una naturalezza che possiede solo chi ha ‘forza di cuore’, chi ama davvero la propria esistenza e l’ambiente in cui si è evoluta, anche con tutto il carico di fatica e dolore che nel tempo si è accumulato. Angiolinn-a non desidera un’altra vita; Angiolinn-a è felice; Angiolinn-a fa pienamente parte di quel paesaggio e ne è misteriosamente consapevole; esattamente come il muro a secco, tipico delle nostre ‘fasce’, che, non sorretto ormai più dall’edera sfinita, crolla e la uccide. Il muro antico e la donna si sono aspettati per andarsene insieme all’alba, mentre gli uccellini cantano e il mare lontano inizia a luccicare. La tragedia della morte sfuma e si dilegua. La fatica di Angiolinn-a può essere paragonata a quella del muro, che per anni ha dovuto reggere la terra, creare ‘un palmo di pianura’ in luoghi tanto scoscesi. Entrambi hanno resistito alle bombe scoppiate durante la seconda guerra mondiale. Entrambi hanno sopportato con pazienza lo scorrere impietoso del tempo che lentamente li consumava (espresso poeticamente con quel ‘rosicchiare del sale’ che ci fa sentire la presenza costante, sullo sfondo, del mare). Fino a quando la corda si è rotta e tutto è finito. Ma tutto è finito con serenità d’animo, ‘forza di cuore’, senza rimpianti, senza lacrime. L’atmosfera idillica con cui si apre la canzone non viene minimamente turbata dalla morte. Gli uccellini continuano a cantare, il sole sorge, tutto avviene come è sempre avvenuto. L’indifferenza della natura rientra nel naturale ordine delle cose, per cui la fine di un singolo individuo non turba l’armonia di un amore che non ha fine, di un tempo che cancella e nel contempo mantiene e ricrea.
Infine, ultimo nella mia rassegna ma non di certo nell’importanza per il mondo poetico di Cambri, il tema dell’infanzia che, sebbene presente anche altrove, prende un posto di rilievo in canzoni quali la già citata Figgieu, Lunn-a, Ninnamì, e la stupenda, conclusiva, Despetaddo.
In Lunn-a è la luna, come dice il titolo, ad essere al centro del canto. Il nostro satellite è rappresentato in un’atmosfera di favola, di racconto per bambini. La sua importanza per la semina, per la luce notturna, per il parto delle donne gravide, viene cantata attraverso il profumo dell’erba appena rasa e tanti spunti favolosi e fiabeschi. Ecco quindi ‘l’uomo nero’ che porta via i bambini o il lupo che si lecca la ferita e viene invitato al canto perché non ha paura (la luna è detta ‘ madre della paura e dell’amore’).
La stessa cornice favolosa, magica e avventurosa si può riscontrare nei racconti che il papà marinaio fa ai bambini durante le brevi soste a casa (Ninnamì): la balena che solleva la nave sulla schiena, il pescecane che mangia la mano al timoniere, le onde che sono più alte dei monti. La canzone è una nenia, una ninna nanna cantata al piccolo mentre il papà è lontano, sul mare. Sono parole che esprimono la nostalgia per un coniuge lontano che arriva solo di rado, portando con sé forti profumi, seta, odore di sale. Nostalgia sì, ma anche rabbia per quel lavoro e odio per quel mare che, con la sua continua presenza, le ricorda il tradimento, la separazione (bellissimo il gesto di chiudere la persiana per non vederlo, per non pensare). La canzone si chiude con un monito (voce femminile) al bimbo, affinché non scelga da grande il mestiere del padre, a cui invece sembra essere destinato.
E infine Despetaddo , ‘dispettoso’ nel dialetto della Val Fontanabuona. Una canzone stupenda, con un’ouverture pressoché analoga, come tecnica, a quella di Sarvaego, in cui tutto è visto attraverso gli occhi e le parole di un uomo che, per cantare questo brano, ritorna ad essere bambino, a rivivere la propria infanzia con un’energia ed un nitore descrittivo incredibili, quasi che il tempo fosse veramente tornato indietro.
La dolcezza di quei ricordi è struggente, commovente addirittura: ‘sono uscito dall’uovo in mezzo alle canne dove la rana trova l’asciutto, dove la luce nelle stanze si accendeva prima di quella del sole’. Così iniziano la canzone e i ricordi vividi di un’infanzia felice trascorsa nella natura, in un gioioso connubio tra uomini, animali e paesaggio, sebbene la prima legge da rispettare, almeno per gli adulti, fosse quella del duro lavoro. La sveglia è prima dell’alba per dar da mangiare alla vacca, alle galline, ai conigli e al bambino, anch’esso creatura sana e felice che ha caratteristiche gioiosamente animalesche (‘invece di masticare ingoiavo intero come il cane’), un vero e proprio cucciolo irrequieto che a volte deve essere minacciato e frenato con qualche punizione. I giochi del bambino sono semplici e finalizzati al dispetto: rompere le lampadine con una fionda costruita artigianalmente, rubare nel periodo giusto le ciliegie al contadino. E’ un’infanzia passata all’aperto, all’avventura, spensierata, movimentata come l’assolo di batteria che l’accompagna, spontanea, piena di riso e gioia in barba agli adulti arrabbiati. Nonostante l’allegria che sprigiona dal ritmo e dalle immagini del bimbo che scorrazza libero per la campagna, questa è forse la canzone più drammatica di Cambri, perché ci immette in un mondo che appare davvero irrimediabilmente perduto, lontanissimo nel tempo, tragicamente non recuperabile. La nostalgia traspira da ogni parola e da ogni nota di questa canzone, ma bisogna essere in grado si sentirla, non appiattirsi solo sul ritmo e sull’immediata evidenza delle immagini, che sembrano così attuali. E forse non tutti lo siamo, e non per colpa nostra, chiaramente. Io penso che solo chi, almeno in parte, abbia potuto vivere sulla propria pelle un’infanzia simile a quella cantata, possa scorgervi questa nostalgia fortissima, potente, palpabile. Gli altri, probabilmente, cadranno nel tranello sapientemente ordito dall’abile Cambri, che non si abbandona mai esplicitamente al sogno di un passato lontano o a una esibita e triste nostalgia, ma anzi si sforza di renderci tutto come se fosse attuale, presente, vivo. Ma a volte è vivo solo nella memoria e il rimpianto, sebbene sempre implicito e sotteso, c’è, esiste. E non si tratta solo di un rimpianto per un proprio tempo personale ormai terminato. Si tratta anche della consapevolezza che tali infanzie sono oggi tristemente negate alla maggioranza dei nostri bambini, impossibilitati, e a me pare irrimediabilmente, anche solo all’idea di una tale libertà di spirito e di movimento. Anche se così vicino, il mondo di Cambri è davvero un altro mondo, un altro tempo, un’altra realtà. E lui è riuscito a ridarcelo in tutta la sua freschezza, la sua forza, agitando in noi sentimenti che a volte sembrano irreparabilmente assopiti, atrofizzati dall’effetto deleterio della società che ci circonda e in cui respiriamo quest’aria tremendamente narcotica.

Gabriele Cenerini


Alcuni pdf - rassegna stampa e locandine

il Secolo XIX (884KB)
Premio Andersen (196KB)
Natale insieme (176KB)
Italiano e musica - Sanremo (156KB)
Bogliasco 19 settembre 2008 (196 KB)
Folk Club alla Berio (112 KB)

| il CD “a curpi de prïa” | recensioni | info per concerti | i musicisti | contatti |